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Quote Rosa nella ristorazione

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Perché è raro vedere una donna nelle cucine professionali?

Tutti noi sappiamo che fare lo chef è un lavoro che pochi sanno fare. Ci vuole parecchio controllo ed un alto livello di sopportazione allo stress. Il concetto di Leadership è molto forte in una cucina professionale, forse è proprio per questo che prevale la figura maschile per una questione di robustezza ed austerità.

Ma detto ciò, non significa che le donne non ne sono capaci! Anzi, forse in questo lavoro hanno anche più vantaggi in molte circostanze, come la cura dei dettagli ed una concezione artistica nel composizione dei piatti. Purtroppo per le donne è difficile entrare in questo settore. E’ raro vedere una donna in una cucina professionale, forse perché rivediamo un po’ le nostre madri, specialmente quando si hanno dei collaboratori maschi. Un altro difetto per il gentil sesso nei confronti dei datori di lavoro può essere quello della poca affidabilità sul lavoro, a causa del progetto di vita, quello di mettere su famiglia.

Fin da piccoli abbiamo sempre associato la cucina alla donna, grazie alle nonne e al mamme. Erano coloro che si occupavano della casa e che stavano vicino ai fornelli per sfamare la famiglia ed i figli. Ma allora perché nelle cucine professionali troviamo raramente la figura femminile?

Forse le donne sono solo destinate a cucinare a casa? Questa domanda ci porta un bel po’ indietro nel tempo, quando le donne dovevano occuparsi solo della casa e della famiglia ed era l’uomo che andava a lavorare. Forse per questa ragione c’è ancora un piccolo frainteso tra l’uomo e la donna, come ad esempio la parità dei due sessi nel mondo del lavoro. Probabilmente a causa della forza fisica, automaticamente, alcune mansioni  sono ancora discriminanti per le donne, rimanendo a favore degli uomini.

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Specchio e amplificatore dei problemi reali sono i mezzi di comunicazione.

Nei programmi televisivi, seguiti da milioni di spettatori, ritroviamo ben rappresentati gli stereotipi della nostra società.
Le celebrità chef di programmi di cucina sono quasi sempre solo uomini, mentre le donne mantengono un ruolo da protagoniste in quei programmi dove la cucina è quella di casa.

Basti guardare i programmi di cucina italiani più seguiti:

  1. Masterchef
  2. Cucine da Incubo
  3. 4 ristoranti
  4. La prova del cuoco
  5. I menù di Benedetta

I primi tre a predominanza (quasi assoluta) maschile con giudici uomini, a capo di tutti i concorrenti, che possono sentenziare senza timore e viaggiare alla scoperta dei luoghi e talenti migliori.
Gli ultimi due a predominanza femminile, dove il set e l’organizzazione riprendono l’ambiente di casa e il perfetto stereotipo di donna in cucina in cerca della ricetta più rapida e gustosa per sorprendere famiglia e amici.

Questi stereotipi non fanno altro che rallentare i cambiamenti di cui abbiamo bisogno per sradicare secoli di cultura patriarcale. Il ruolo dei media dovrebbe essere quello di facilitare questi cambiamenti, molto più difficili e lenti da attuare nella società.
Spesso la giustificazione data dai media per l’assenza di donne giudici è che non ci sono chef stellate e alla pari dei rinomati chef uomini, che ormai (anche per chi non segue i programmi) sono diventati icone e role model.

Ma c’è un dato sull’Italia che mette a tacere ogni tipo di giustificazione: un terzo delle chef stellate del mondo sono italiane e vantiamo anche 2 chef tristellate su un totale di 5 nel mondo.

Siamo il paese con la maggiore presenza femminile nelle alte cucine e abbiamo quindi tutte le carte (e aggiungerei il dovere) per portare avanti un processo di cambiamento a partire dai media, garantendo finalmente a donne e uomini pari opportunità e visibilità.
La costruzione di role model è uno degli aspetti più funzionali per velocizzare e sradicare stereotipi ultra-consolidati come quello che le chef donne non possano garantire la stessa sicurezza nella gestione di brigate importanti.

Pensate ai nomi di 5 chef famosi. Quante sono donne?

Se invece pensate alla cucina e alla preparazione del cibo quotidiano chi vi viene in mente?

In risposta alla seconda domanda probabilmente vi verrà in mente una donna, magari una mamma o una nonna. Questo perché tradizionalmente sono sempre state le figure femminili ad occuparsi della cucina e ancora oggi, nella maggior parte delle case, è la figura femminile ad avere la totale responsabilità dell’organizzazione della spesa, della cucina e della preparazione dei pasti.

Ma che succede se ci spostiamo dall’ambito familiare alle cucine professionali, e quindi da un’attività gratuita ad una ben remunerata? 

Ecco che in un attimo la responsabilità della gestione della cucina sarà quasi sempre nelle mani di un uomo. Le donne chef nel mondo sono appena il 7% su oltre 3.000 chef in 28 Nazioni. Una cifra impensabile se consideriamo che la preparazione del cibo è sempre stata un’attività, a differenza di tante altre, in cui il talento e le competenze delle donne sono comunemente riconosciute.

E allora perché solo il 7%?

La realtà è che gli chef sono considerati alla pari dei direttori aziendali che, più che cucinare, controllano e dirigono l’intero staff.
Sappiamo bene che per le donne l’accesso alle cariche manageriali risale a tempi molto recenti.

In più il modello di organizzazione, ormai universale, delle cucine professionali è stato deciso da un uomo, Auguste Escoffìer, che si è ispirato al modello militare della brigata caratterizzato da rigiri ruoli e gerarchie. Un modello pensato da uomini per meglio organizzare altri uomini.

E così mentre l’occupazione femminile nel settore della ristorazione continua a crescere, superando anche quella maschile, permane una forte segregazione verticale per cui le posizioni apicali restano dominio degli uomini .

Nel 2019 lo chef  Yannick Alléno, al quale era stato chiesto perché non vi fossero donne tra i 5 chef che aveva portato a rappresentare la Francia, rispose dicendo che le donne nell’alta cucina sono in numero minore poiché per molte risulta difficile conciliare i ritmi serrati del lavoro con la cura dei figli e della casa.

Una risposta tanto sconcertante quanto comune e che riflette a pieno la matrice del problema: non cercare soluzioni a discriminazioni strutturali, ma comportarsi di conseguenza non porta ad altro che a rafforzare gli ostacoli che ogni giorno le donne cercano di superare, dovendo sempre fare e dimostrare più del necessario